Premessa
Dal 1995 al 2004 la pensione
garantita di vecchiaia o d'anzianità (per tutti i lavoratori che hanno
iniziato l'attività nel 1995) è passata dal 70% a meno del 40%.
In compenso per raggiungere la pensione occorrono almeno 5 anni in più.
Tutti (partiti, sindacati,
istituzioni) riconoscono che una simile pensione non è dignitosa.Per
rimediare è stata inventata la riforma della Previdenza integrativa attraverso
i fondi pensione.
Per accedere ad un
fondo pensione (i lavoratori assunti per la prima volta dopo il 1995) devono
obbligatoriamente versare mediamente circa
il 10% della loro retribuzione. La legge prevede che i soldi siano obbligatoriamente
investiti nei mercati finanziari. Non viene data alcuna garanzia sul buon esito
degli investimenti. Tutto il rischio è a carico
dei lavoratori14
miliardi di euro prelevati dalle tasche dei lavoratori e immessi nei mercati
finanziari internazionali dai Fondi Pensioni. Un affare colossale a tutto vantaggio
di banche, assicurazioni e società finanziarie.Dopo
l'Argentina, la Cirio, la Parmalat, ecc. si chiede ai giovani lavoratori di
avere fiducia piena nei mercati finanziari. Chi non si sottomette a questa prova
di fede versando il 10% della retribuzione, viene punito con l'esclusione dalla
previdenza integrativa ed andrà in pensione al massimo con il 40% dell'ultmo
stipendio. Riceverà una pensione non dignitosa.Tutto
ciò è giusto ? Che democrazia è quella che costringe ad
avere fede cieca in un feticcio ? Il "mercato" diventa un dogma, una
nuova divinità che minaccia inferno (povertà) ai miscredenti e
paradiso (ricchezza) ai credenti, per dar luogo ad una specie di nuovo mostruoso
integralismo religioso ?
L’origine
della grande truffa
Il primo atto porta la data del 21 aprile 1993. E’ il decreto legislativo numero 124, preparatorio
della cosiddetta riforma della previdenza complementare o integrativa.
Fino a quella data esistevano limitati esempi di previdenza integrativa. Per
lo più sorti da vecchi accordi fra sindacati e alcuni grandi istituti di credito
e aziende a capitale pubblico che si proponevano l’integrazione garantita della
pensione di vecchiaia a 100% dell'’ultimo stipendio percepito prima del pensionamento.
Una previdenza garantista che aveva dato soddisfacenti risultati.
Il lavoratore versava una quota mensile dello stipendio (1-2%) e altrettanto
faceva l’azienda. Il trattamento di fine rapporto era escluso dalla trattativa
e rimaneva interamente al lavoratore che lo incassava in unica soluzione al
momento del pensionamento. Bastava questa quota per garantire, dopo 40 anni
di lavoro, il 100% dell’ultimo stipendio. L’80% era corrisposto dall’INPS e
ben il 20% dal fondo aziendale.
Il fondo era gestito direttamente dall’azienda secondo la vecchia normativa,
che prevedeva la tassativa esclusione dell’investimento in titoli azionari e
speculativi. Le somme raccolte potevano essere investite solamente in immobili
e titoli di stato.
La controriforma del 1993 voluta apparentemente per tagliare la spesa previdenziale,
attraverso la drastica riduzione delle pensioni future rivelava un altro obiettivo
da raggiungere attraverso il D.M. 21 novembre 1996 dal titolo: “ Regolamento
recante norme sui criteri e sui limiti d’investimento delle risorse dei fondi
pensione e sulle regole in materia di conflitto d’interesse”.
Lo scopo è palese, basta leggere l’art.1 che stabilisce la tipologia degli investimenti
possibili. L’investimento diretto in immobili è escluso e al suo posto
entrano tutti i possibili investimenti finanziari esistenti, compresi quelli
ad altissimo rischio, che negli articoli successivi sono giustificati come forme
assicurative. Quindi il gestore autorizzato può investire in obbligazioni private,
in azioni, in derivati e opzioni, in contratti di scambio pronti contro termini
(swaps), in altri fondi aperti e chiusi, cambiali finanziarie, perfino quote
di società a responsabilità limitata. In un modo o nell’altro può investire
ovunque, dal Giappone all’America.
Risulta
palese lo scopo principale della riforma: lo sviluppo dei mercati finanziari
internazionali.
Una decisione presa a livello soprannazionale nell’interesse esclusivo delle
grandi lobbie finanziarie mondiali. La dimostrazione evidente è che il cambiamento
avviene quasi contemporaneamente in quasi tutti i paesi che si riconoscono nei
valori del capitalismo.
Le vittime
della controriforma
La scelta ricade sempre sulle giovani generazioni. Colpiti saranno coloro
che hanno iniziato a lavorare dalla data della contro riforma, ma ancora più
colpiti saranno coloro che hanno iniziato a lavorare da poco, grazie alle norme
peggiorative introdotte dalla legge 23 agosto 2004 n. 243.
Le finalità della legge sono ancora più scoperte. Non si tratta più di limitare
la previdenza, ormai ridotta ai minimi termini. Rimane in piedi solo la seconda
della finalità sopra citate: la destinazione d’ulteriori somme ai mercati finanziari
internazionali con un flusso garantito costante.
La legge, infatti, rende possibile la partecipazione del lavoratore alla
pensione complementare solo nel caso che destini l’intera indennità di liquidazione
al fondo, che obbligatoriamente la dovrà investire nei mercati finanziari internazionali.
Nel caso che il lavoratore decida di tenersi l’indennità di liquidazione, oltre
ad essere escluso dal fondo pensionistico, perde i contributi del datore di
lavoro per la pensione complementare.
Con questa legge
il fondo pensione sarà alimentato, quasi esclusivamente dal salario mensile
e differito dei singoli lavoratori. Il versamento dei datori di lavoro riguarda
una percentuale minima rispetto alle somme che sono versate mensilmente dai
lavoratori. Nella maggior parte dei casi il lavoratore versa circa il 90% dei
contributi, contro il 10% circa dei datori di lavoro. La percentuale massima
d’intervento di questi ultimi si registra con il 32%, ma si tratta di casi rari
e condizionati all’adesione ad un determinato fondo. Fra questi “privilegiati”
(fra virgolette) i dipendenti delle Province Autonome di Bolzano e Trento, ma
solo se aderiscono al Laborfonds.
Le garanzie
A conti fatti il lavoratore per avere diritto ad una previdenza complementare
deve versare un monte contributi di circa l' 8-10% del salario indiretto e diretto
percepito. A fronte di questa perdita di reddito che garanzie ha? Che pensione
complementare percepirà? Di quanto integrerà la pensione garantita?
Cominciamo dalle garanzie. Nonostante la previsione dell’art. 6 del D.M. 21-11-1996
n. 703 dal titolo: “Gestione accompagnata dalla garanzia di restituzione
del capitale”, la stragrande maggioranza dei gestori non garantisce
assolutamente nulla. La pensione dipende dall’andamento del fondo e non è esclusa
la perdita dei contributi versati. In definitiva la pensione dei lavoratori
dipenderà dalle bizze dei mercati finanziari e dalle capacità e serietà dei
gestori.
Al lavoratore si chiede d’avere fiducia nei mercati finanziari, nonostante tutto
quello che è successo e che sicuramente succederà. Un atto di fede che non ha
nessuna logica se non quella di destinare una parte di reddito ad un mostro
sconosciuto e sperare nella sua riconoscenza.
Per quanto riguarda il Fondo Pensionistico Regionale (Laborfonds), spacciato
dai media locali, dai sindacati e dalla Province Autonome di Trento e Bolzano
come il migliore dei fondi possibili, le garanzie non cambiano di molto.
L’art. 3, comma 1 e l’art. 5 della legge regionale 3/97 stabiliscono che la
Regione fornisca agli iscritti adeguate garanzie in ordine alle prestazioni
erogate dai fondi pensione.
Vediamole.
1) “..nella fase di maturazione del diritto alla prestazione pensionistica complementare
la garanzia del montante accumulato prima del pensionamento, indipendentemente
dal periodo di permanenza del fondo pensione, con decorrenza di un periodo massimo
di due anni prima del pensionamento”. Questa norma vale per i lavoratori che
perdono il lavoro prima di andare in pensione e che non riescono a trovarne
un altro per pagare i contributi. I due anni prima del pensionamento sono pagati
dalla Regione.
2) “..nella fase d’erogazione delle prestazioni, la garanzia della continuazione
del trattamento pensionistico complementare per un periodo massimo di due anni
nel caso d’insolvenza del fondo pensione e/o liquidazione coatta amministrativa
della compagnia d’assicurazione incaricata da detto fondo all’erogazione delle
prestazioni.”
In parole povere, grazie alla magnanimità della Regione Autonoma, sono garantiti
al massimo due anni di pensione, indipendentemente dai contributi versati.
Il rischio a carico del lavoratore, che è stato privato di una parte consistente
del proprio reddito, per quanto riguarda i contributi versati è quindi quasi
totale.
Nel caso di crollo dei mercati finanziari (ipotesi non tanto campata in
aria) si perde tutto o quasi. La stessa cosa vale per truffe e malversazioni
da parte dei gestori o dei lori dipendenti (eventi già verificatisi e che hanno
riguardato perfino la banca dei reali d’Inghilterra).
Per quanto riguarda le garanzie relative alla futura pensione ci sono altre
zone d’ombra. Il lavoratore, ad esempio, al momento della maturazione della
pensione non può richiedere una parte o tutto il capitale maturato a suo nome,
ma deve convertirlo obbligatoriamente in una pensione. Da questo momento
a carico del neo pensionato nasce un ulteriore rischio legato alla durata della
sua vita. La reversibilità in favore del coniuge non è prevista, a meno di
pattuirla anticipatamente al prezzo di un taglio consistente della pensione
complementare
Con la maturazione della pensione la pratica del pensionato passa dal fondo
Pensioni alla società assicurativa di fiducia
L’operazione
mediatica
Il meccanismo
è semplice. La maggior parte degli interessati non deve sapere a cosa sta andando
incontro.
La riforma è presentata come un atto dovuto, sulla cui convenienza non si può
e non si deve discutere. L’opzione riguardante la destinazione del trattamento
di fine rapporto è spacciata universalmente come unico rimedio (dopo i tagli
apportati negli anni novanta) in grado di permettere ai giovani lavoratori una
pensione dignitosa.
Una scelta senza via
di ritorno. O si versa l’intero ammontare
dell’indennità di liquidazione in un fondo oppure si perde la possibilità di
integrare la pensione INPS garantita, che, ben che vada, raggiungerà, grazie
alle cosiddette riforme, al massimo (impossibile da raggiungere) il 56% dell’ultimo
stipendio, dopo 40 anni di lavoro e almeno 65 di età.
Questo è il ricatto. O rinunci alla liquidazione nella speranza di integrare
la pensione con una quota incerta, indeterminabile, che dipende dall’andamento
dei mercati finanziari mondializzati oppure ti devi accontentare di una pensione
da fame e del trattamento di fine rapporto rivalutato di una parte dell’inflazione
e di un minimo d’interesse.
Il secondo meccanismo
per convincere i giovani lavoratori a rinunciare all’indennità di fine rapporto
è il bonus, il premio. Una percentuale variabile dall’uno al tre per cento dello
stipendio mensile che il datore di lavoro dovrà versare nel fondo complementare
del lavoratore.
Il dilemma del giovane
lavoratore quindi è semplice. Se esercito l’opzione e mi tengo l’indennità di
fine rapporto perdo la pensione integrativa e il contributo dell’azienda e dovrò
accontentarmi di una pensione da fame. Se decido di destinare la quota mensile,
dovrò versare le quote di liquidazione che maturano in un fondo integrativo
e sperare che siano bene amministrate in modo da ottenere alla fine un’integrazione
di pensione decente.
Il
Laborfonds è veramente diverso dagli altri Fondi?
Assolutamente no! Come gli altri fondi deve avvalersi di gestori
che investono esclusivamente sui mercati finanziari internazionali. Il Laborfonds
è un fondo monocomparto che investe ben il 40% delle somme raccolte in capitale
ad alto rischio (azioni e altri titoli similari) e i gestori interpellati non
garantiscono la restituzione del capitale versato. L’unico teorico vantaggio
deriva dai contributi delle due province autonome volti a ridurre le consistenti
spese d’amministrazione e gestione. Le garanzie le abbiamo viste sopra sono
limitate al versamento di due anni di contributi prima della pensione e al pagamento
di due anni di pensione nel caso di dissesto del fondo.
Per il momento ci si deve accontentare della promessa che tra qualche tempo
si provvederà ad un ulteriore comparto a basso profilo di rischio.
Riepiloghiamo i
motivi per i quali riteniamo il sistema della previdenza complementare una truffa.
Innanzi tutto
il presupposto della legge è un falso.
Anche nel nuovo regolamento, approvato il 24 novembre 2005, all’art.1 si afferma
che il “fine della legge è di assicurare più elevati livelli di copertura previdenziale”.
Si noti la differenza attraverso l’uso del verbo “assicurare” piuttosto di “garantire.
Questa menzogna ha le gambe corte, non
solo perché lo scopo evidente ed esclusivo della controriforma è di trasferire
una parte dei redditi da lavoro dipendente ai mercati finanziari (altrimenti
la previdenza sarebbe garantita), ma anche perché se si volesse veramente elevare
le coperture previdenziali, basterebbe semplicemente garantire una quota adeguata
di pensione, attraverso l’INPS, senza la necessità di creare una serie di costosissime
strutture che non garantiscono nemmeno la restituzione dei contributi versati.
Non ci sarebbe stato bisogno della scandalosa opera mediatica che coinvolge
quasi tutte le istituzioni, sindacato compreso.
Ma facciamo un altro
esempio di come si sarebbe potuta risolvere la questione senza dirottare le
risorse nei mercati finanziari mondiali, assolutamente inaffidabili.
Non era più semplice
e molto meno costoso approfittare del fondo unico nazionale di tutti i lavoratori
(L’INPS) già esistente ed investire i contributi in sicuri titoli di stato del
tipo per fare un esempio del:
BTPi scadenza 15/09/2014,
cod.IT0003625909, dove lo stato garantisce agli investitori il 2,35 % d’interesse
e la rivalutazione al 100% in base all’inflazione europea? Più della rivalutazione
del TFR!
La mala fede è evidente.
Le finalità
truffaldine sono ancora più evidenti nel comma 2 dell’art. 1 della legge, dove
si dichiara che “l’adesione alle forme pensionistiche complementari disciplinate
dal presente decreto è libera e volontaria”.
Sarebbe libera e volontaria se lo stato garantisse ai giovani lavoratori una
pensione dignitosa. Ma come abbiamo constatato, la controriforma previdenziale
garantisce pensioni medie che difficilmente arriveranno al 40% dell’ultimo stipendio.
Con la previsione di una pensione da fame come può essere l’adesione libera
e volontaria?
Con il ricatto dell’estromissione
alla pensione complementare e ai contributi aziendali nel caso non si accetti
di destinare l’intera indennità di fine rapporto al fondo pensionistico, come
può essere l’adesione libera e volontaria?
Cosa vi consigliamo?
Innanzi
tutto consigliamo ai lavoratori interessati a non aderire alla previdenza complementare
e di tenersi stratta l'indennità di liquidazione.
In secondo luogo di far sentire la propria voce all'interno
di sindacati e partiti politici per creare un movimento di pressione tale da
assumere rilevanza mediatica senza la quale purtroppo di questi tempi non si
ottiene nulla.
Asterisco / Asterisk