ASSOCIAZIONI CONSUMATORI E SINDACATI


Sempre più strumenti volti a favorire gli interessi dei grandi interessi economici a scapito di quelli delle persone ?



Ho fondato una delle prime associazioni consumatori a Bolzano circa trent'anni fa, parecchio tempo prima di fondare il Centro Tutela Consumatori e Utenti e di diventarne il primo presidente. Per molti anni sono stato anche segretario provinciale dei bancari.
Ho cercato sempre di dare il meglio in entrambe le attività poiché ero convinto della loro validità sociale.
Nel sindacato dei bancari, oltre agli interessi categoriali, intravedevo la possibilità di stabilire un rapporto professionale di trasparenza e di sostegno alla stessa utenza bancaria..
Immaginavo le associazioni consumatori come uno strumento capace di informare nel modo più appropriato le persone sulla qualità e sulla validità dei prodotti offerti da un mercato in forte espansione, caratterizzato dal costante aumento di proposte d'acquisto nei nuovi settori di largo consumo (telefonia mobile, prodotti tecnologici, finanziari, ecc. ) che si prestavano a truffe di ogni genere.
Forse ingenuamente speravo che questi enti avrebbero potuto difendere le famiglie e le persone contro l'avidità del sistema economico.
Con il tempo sindacati e associazioni si sono sempre più, non dico fuse, ma in un certo senso confuse, mentre le persone si trasformavano velocemente in consumatori individuali, perdendo il collante sociale. Il consumo si trasformava in un'attività che assorbiva sempre più tempo sottraendolo alle relazioni sociali. Quando mi sono accorto che dovevo spendere gran parte dell'attività per convincere i consumatori a non indebitarsi per l'acquisto di beni di consumo voluttuari con le finanziarie a tassi d'usura, ho alzato le mani.


Leggo sui giornali locali di una discussione fra il presidente del CTCU, il sindacalista Albrigo, favorevole addirittura a sostenere il centro commerciale di Podini davanti al TAR per scongiurare la possibilità che il Twenty venga chiuso a prescindere dalle leggi esistenti.
L'interesse pubblico a mantenere il centro commerciale sarebbe dunque superiore al rispetto della legalità.
E vediamolo allora questo interesse superiore in cosa consiste. Albrigo e forse la maggior parte dei consumatori sono convinti che il centro commerciale offra la possibilità di diminuire i prezzi, di aumentare la possibilità di scelta e anche di offrire nuovi posti di lavoro. In questo momento Giovanni Podini viene visto, non per l'uomo d'affari che è, ma come un sorta di benefattore, creatore di centinaia di nuovi posti di lavoro.

E' invece dimostrato, per loro stessa ammissione, che i centri commerciali non concorrono a diminuire i prezzi. Nella fase iniziale tutte le grandi catene di vendita hanno interesse a lanciare specchietti per le allodole (sotto costo) allo scopo di fidelizzare la futura clientela, ma ciò non significa assolutamente nulla, perchè alla fine la gran parte dei consumatori cascherà nella trappola.
Il centro commerciale è il più sofisticato, tecnologico, produttivo e convincente sistema di vendita al dettaglio, il cui unico scopo è il profitto e non certo la riduzione dei prezzi (che lo diminuirebbe). Per raggiungere il suo fine deve riuscire a convincere i consumatori ad acquistare una quantità enorme di prodotti che non avrebbero mai pensato di comprare. E' necessario dunque che il consumatore subisca una subordinazione ideologica al consumismo (paragonabile a quella del gioco) tale da ritenere che tutti i prodotti esposti costituiscano un affare.
Perciò il centro commerciale è la prima causa di una patologia grave che si sta diffondendo in un mondo sempre più nichilista: la bulimia del consumo o shopping compulsivo.


Ma veniamo alla questione dei nuovi posti di lavoro

Anche un mediocre sindacalista, con un minimo d'esperienza, dovrebbe sapere che i centri commerciali, oltre a far chiudere i negozi di vicinato, contribuiscono, proprio per la loro funzione di grande terminale di vendita al dettaglio, ad incentivare la competitività delle grandi imprese industriali che all'interno del centro espongono i loro prodotti. Imprese, che per rendere sempre più concorrenziale il prodotto:

  1. delocalizzano la produzione nei paesi dove è consentito il massimo sfruttamento della mano d'opera;

  2. pretendono in nome della competitività tagli ai salari, alle pensioni, alla sanità, alla scuola e a quant'altro rientra nello stato sociale.

In definitiva l'illusione dell'affare si traduce in perdite di salario, di pensione e di aumento dei costi sociali. Il consumatore assomiglia sempre più ad un cane che cerca di mangiarsi la coda.
La trasformazione della persona, del lavoratore in consumatore è quanto di peggio si possa assistere a meno di non avere gli occhi foderati di prosciutto. Concetto chiaramente esposto dal filosofo Zygmunt Bauman che invita il consumatore a togliersi la divisa e a ritornare persona.Z


Pertanto se è purtroppo comprensibile l'attrazione per il centro commerciale delle migliaia di vittime predestinate a cadere nella tela del ragno, non si possono certo giustificare le dichiarazioni di coloro che dovrebbero difenderle.
Nell'interesse dei consumatori invito il signor Albrigo a dimettersi immediatamente dalla carica che ricopre. E' un'attività che non gli s'addice.


Alberto Filippi - cofondatore del Centro Tutela Consumatori e Utenti