Ogni giorno in Italia vengono cementificati 130 ettari di terreno fertile.
Sviluppo necessario? Non sempre, visto il gran numero di aree dismesse
destinate a restare inutilizzate.
Ma allora perché le misure a salvaguardia del suolo continuano a incontrare
tante ostilità?
La Provincia di Torino ha appena approvato un piano di governo del territorio
che introduce per la prima volta, all’articolo 1 e come principio cogente
per i Comuni, «il contenimento del consumo di suolo».
E dunque: stop alle edificazioni indiscriminate
su aree libere, riuso di quelle già compromesse. Una rivoluzione,
in un territorio in cui le nuove costruzioni in quindici anni hanno occupato
un’area vasta quasi quanto Torino, mentre la popolazione rimaneva invariata.
La frantumazione dei nuclei familiari (il 53% ha meno di tre componenti),
che aumenta la domanda di nuovi alloggi, giustifica solo in parte il fenomeno.
Infatti nell’ultimo decennio in Italia sono state costruite 4 milioni
di case, ma ce ne sono 5,2 milioni vuote solo nelle grandi città.
«Il consumo di suolo è la grande emergenza del
nostro Paese», spiega il presidente della Provincia di Torino Antonio
Saitta. «Io non sono un talebano, ma non si può più consumare il futuro».
In Italia si cementificano ogni giorno circa 130 ettari di suoli fertili.
Si tratta di una stima, perché lo Stato non si è mai occupato del problema
e ogni Regione fa a modo suo (solo cinque hanno banche dati), quindi ci
si affida ai dossier di associazioni ambientaliste e professionali o a
studiosi appassionati tra cui Andrea Arcidiacono, Paolo Berdini, Vezio
De Lucia, Georg Josef Frisch, Luca Mercalli, Paolo Pileri, Edoardo Salzano,
Salvatore Settis, Tiziano Tempesta.
Dal 2000, con la possibilità di spendere gli oneri
urbanistici liberamente, è stata data ai Comuni la licenza di svendere
il territorio: con gli incassi si tamponano le falle nei bilanci.
Altri Paesi hanno preso sul serio la faccenda. La Germania si è ripromessa
di dimezzare i 60 ettari consumati ogni giorno. La prima legge in tal
senso fu promossa negli Anni 80 da Angela Merkel, all’epoca ministro dell’Ambiente.
Inoltre ha stanziato 22 milioni di euro per ricerche, mentre in Italia
l’ultima finanziata con denaro pubblico risale agli anni ‘80. In Gran
Bretagna, ogni anno il premier stila un documento sul suolo consumato:
quanto, come e perché, ettaro per ettaro, considerando che la legge obbliga
a costruire per il 60 per cento su «brownfield sites» (aree già edificate).
In Italia il ministero dell’Ambiente non ha nemmeno
un osservatorio.
Il suolo è prezioso per diverse ragioni: garanzia
di sovranità alimentare, come dimostra l’accaparramento delle terre
a opera delle economie emergenti; antidoto al dissesto idrogeologico,
in un Paese a rischio per due terzi; serbatoio di anidride carbonica;
formidabile riciclatore di rifiuti. «Insomma il suolo è il fegato dell’ecosistema
terra», sintetizza l’agronomo Antonio Di Gennaro, autore del libretto
«La terra lasciata» (Clean Edizioni). Non solo. La pellicola di suolo
formatasi in processi millenari si distrugge facilmente e in modo irreversibile.
A metà del secolo scorso, l’Italia aveva il massimo della superficie
coltivata. Poi è cominciata l’edificazione di massa, che negli ultimi
decenni si è concentrata sul 20 per cento di territorio pianeggiante,
cioè più fertile e delicato. Contemporaneamente, l’abbandono della montagna
causava un aumento dei boschi per 80 mila ettari. Notizia solo apparentemente
positiva: la montagna senza manutenzione rovescia acqua sulla pianura
inflazionata. Seguono disastri. Che fare? Negli ultimi anni, qualcosa
si è mosso: dal piano regolatore di Napoli, elaborato ai tempi della prima
giunta Bassolino dai «Ragazzi del piano» (titolo di un libro dell’urbanista
Vezio De Lucia, Donzelli) a quello della Provincia di Foggia, firmato
da Edoardo Salzano, fondatore del sito web eddyburg.
In Lombardia, che ha il record di 15 ettari consumati
ogni giorno, Domenico Finiguerra, giovane sindaco della minuscola Cassinetta
di Lugagnano, è diventato portabandiera dell’urbanistica a consumo zero
di suolo. Per ovviare agli incassi ridotti, ha creato un business
dei matrimoni attirando turisti fin dalla Russia: dopo i primi contrasti,
è stato rieletto a furor di popolo e ora gira l’Italia a raccontare la
sua esperienza. Successo inaspettato ha ottenuto Nicola Dall’Olio, autore
del documentario fai-da-te «Il suolo minacciato» sulla pianura padana
sepolta dai capannoni vuoti.
A Milano la ricerca «Spazi aperti», promossa dalla Fondazione Cariplo
e realizzata dal Politecnico, ha monitorato la corona di comuni intorno
all’area dell’Expo: in soli otto anni più di mille ettari di campi, prati
e boschi sono stati persi «con il rischio che gli appetiti sollecitati
dal grande evento spazzino via gli ultimi spazi liberi». Due anni di lavoro
e settemila fotografie sono diventati una mostra alla Triennale con 5
mila visitatori in due settimane.
Movimenti e comitati si moltiplicano in tutta
Italia e due mesi fa Slow Food ha lanciato un appello con il network «Stop
al consumo di suolo», proponendo una moratoria per legge sulle aree non
edificate. Proprio quello che ha deciso di fare la Provincia di
Torino. Per lunghi anni (e in molte parti d’Italia ancora oggi) questi
piani provinciali sono serviti solo a elargire laute consulenze, producendo
libroni di vaghi e inattuati precetti. In realtà, possono essere importanti.
La Provincia di Torino lo ha elaborato proprio nel pieno della polemica
sul nuovo megastore Ikea. Lo stesso Saitta aveva bocciato il progetto
della multinazionale del mobile low cost: un nuovo megastore su una zona
agricola nell’hinterland torinese. Saitta aveva obiettato: con tante zone
industriali dismesse, non è il caso di compromettere un’area libera. L’azienda
aveva già da tempo opzionato i suoli, il cui valore nel frattempo si era
moltiplicato da 4 a 16 milioni di euro, impuntandosi: o lì o niente investimento.
E così è nato un braccio di ferro. Lo scontro ideologico sull’Ikea avrebbe
potuto mandare all’aria il piano del territorio, che negli stessi giorni
giungeva a conclusione di un lungo iter.
Invece è accaduto il contrario: è stato approvato rapidamente sia in
Provincia (maggioranza di centrosinistra) che in Regione (centrodestra)
e condiviso con gran parte dei 315 sindaci del territorio. Ora Ikea sta
trattando con le istituzioni una diversa collocazione del megastore, su
un’area industriale dismessa. Se l’accordo andasse in porto, un capannone
abbandonato sarebbe riutilizzato e oltre 150 mila metri quadri di terreno
agricolo (un’area pari a venti campi di calcio) sarebbero salvi.
Di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa 10/10/11
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